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Salvatore Giuliano sarebbe morto solo quattro anni fa

 
Redazione
Redazione
9 agosto 2010 - 15:53

Potrà essere risolto nel 2016, l’anno in cui cadrà il segreto di stato sulle carte conservate negli archivi dei ministeri dell’interno e della difesa, il giallo sulla morte del bandito Giuliano, uno dei tanti misteri della storia italiana sui quali recentemente la magistratura è tornata ad indagare. Ne è convinto Giuseppe Sciortino Giuliano, nipote di Salvatore Giuliano, che ha recentemente pubblicato il libro “Via d’inferno. Cause ed affetti”. Il volume si chiude con una ricostruzione secondo la quale il cadavere mostrato all’epoca alla stampa non sarebbe stato quello del celebre bandito, bensì di un sosia. E Salvatore Giuliano, fuggito negli Usa, sarebbe in realtà morto ad Up State New York, solo quattro anni fa, ultraottantenne, dopo essere tornato due volte in Sicilia, nella sua Montelepre, per partecipare ai funerali della madre prima e poi della sorella. “Una ricostruzione che è solo frutto dell’immaginario popolare” dice Sciortino. Ma aggiunge: “Voce di popolo, Voce di Dio? Lo sapremo nell’anno 2016 quando scadrà il vincolo del ‘segreto di Stato’, sulla morte di Salvatore Giuliano. Ci sono due volumi custoditi al Ministero dell’Interno e altri documenti custoditi al ministero della Difesa”. La famiglia, conclude, “non ha nulla da nascondere. Se tutto questo è vero è roba dello Stato. E’ lo Stato che ha qualcosa nascondere: apra gli archivi e vedremo”. Intanto, la Procura di Palermo indaga sulla morte di Salvatore Giuliano. L’ipotesi da verificare, attraverso l’esame delle fotografie disponibili del cadavere ripreso nel cortile di casa De Maria il 5 luglio del 1950 e di quelle che lo ritraggono nell’obitorio del cimitero di Castelvetrano, è se si tratti sempre dello stesso cadavere e se uno dei due sia in effetti di Salvatore Giuliano. Il Pubblico Ministero Antonino Ingroia ha fatto partire una indagine a tutto campo e disposto l’acquisizione dell’unico video della morte diffuso all’epoca dalla settimana Incom e di molte foto dell’epoca. Ora la polizia scientifica farà le sue analisi. Che il cadavere mostrato ai giornalisti nel luglio del 1950 potesse non essere quello di Giuliano è in Sicilia diceria, leggenda, brusio costante in questi 50 anni. Ma ora c’è una verifica che ha come base l’ipotesi che i due cadaveri, del cortile e dell’obitorio, siano di due persone diverse messa nera su bianco, anni fa, da un specialista dei Medicina Legale, il Professor Alberto Bellocco. A chiedere quella verifica è stato il giornalista della Rai Franco Cuozzo che all’Ansa racconta tutti i retroscena di questa incredibile ipotesi e anche le conclusioni a cui è giunto nel libro che sta scrivendo. Cuozzo trova, circa 10 anni fa, in un Archivio, La Fondazione Allori, delle foto di Giuliano all’obitorio che non aveva mai visto. Verifica che non siano state pubblicate e si accorge che ci sono vistose anomalie. Quel cadavere è “troppo fresco” per essere stato dalle 3 di notte alle 10 per alcuni e alle 15 per altri del 5 luglio all’aria aperta. Colava del sangue dalle ferite. Non mostra segni evidenti di processi degenerativi. “C’erano dei fori, quattro, due dalla parte destra del costato e due sul braccio sinistro. E poi non quadra nulla nella ricostruzione. La notizia dai carabinieri arriva a Roma tardi, alle 20.30 mentre ai politici arriva subito: c’è una evidente sfasatura, come se i “carabinieri attendessero che qualcosa si compisse” e ci fosse “in corso una trattativa”, dice Cuozzo che cita le perplessità dei giornali dell’epoca. Nel cortile Giuliano era irriconoscibile, bocconi, con il viso per gran parte rivolto a terra e una chiazza di sangue proprio in corrispondenza. I giornalisti a Castelvetrano arrivarono – ha ricostruito Cuozzo- quando già il cadavere era stato portato via. Facevano fede solo le foto fatte scattare sotto stretto controllo dei carabinieri. Cuozzo è giunto, sulla base di attenti studi che poggiano anche sulla perizia da lui chiesta ma diffusa da due ricercatori, ad una sua verità. ” Come ha detto anche Andreotti la Dc, lo Stato, usò la mafia per far fuori Giuliano. C’era una taglia di 50 milioni e tutte le sfasature, le anomalie, le contraddizioni, le incertezze delle prime ore, la rabberciata e incerta ricostruzione fotografica, si spiegano se si parte dall’idea che la mafia ‘apparecchio” quel cadavere, il sosia di Giuliano che il bandito voleva utilizzare per un film, come ‘contromarca’ per avere i 50 milioni pattuiti e consegnare subito dopo il cadavere di Giuliano. Si è scritto, detto, sostenuto, ci sono anche dei nomi, che nella vicenda venne utilizzata la mafia di Monreale, l’unica che era rimasta legata a Turiddu. Ecco, credo – sostiene Cuozzo – il perché di quei due cadaveri diversi. Quello del cortile De Maria è il sosia, l’altro, è Giuliano. La trattativa aveva per oggetto le coperture da garantire e i soldi da incassare. Qualcuno non si fidava e ricorse al vecchio detto,’pagare tappeto, vedere cammello. E soprattutto Cuozzo seppe dal fotografo che aveva fatto quello scatto, Osvaldo Restalli, che era del tardo pomeriggio del 6 luglio e che nella gestione della pubblicazione sui giornali c’era una accorta regia. “Quelle dell’obitorio, se prese da una certa angolazione, erano stata tutte non pubblicate. Poteva poi un cadavere colare sangue fresco dopo 37 ore dalla morte?”. La storia è semplice. La perizia di Bellocco dice chiaramente, con riscontri difficilmente confutabili che si tratta di due corpi diversi (ci sono colpi di arma da fuoco in posti diversi sui due cadaveri; i lobi delle orecchie sono nettamente diversi, ci sono solo in uno le basette, il cadavere dell’obitorio ha una gamba spezzata). Quella perizia ha una sua spiegazione ma non quella ‘strombazzata’ della messinscena per coprire la fuga di Giuliano “ma la trattativa tra lo Stato, i carabinieri, e la mafia che doveva, dopo aver fatto fuori Giuliano e il suo sosia, consegnare il cadavere del bandito dopo aver dato, con il primo cadavere, il riscontro di aver portato a termine l’operazione. Soldi, quindi. E coperture. Eco perché quello dell’obitorio altri non è – secondo Cozzo – che il corpo di Turiddu”.



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da Pietro Di Maria 11 agosto 2010

A proposito del libro di Giuseppe Sciortino.
Giorno 6 del corrente mese, mosso dalla curiosità del libro, per il quale motivi di lavoro mi hanno costretto ad assentarmi nella presentazione dello stesso tenuta dall’autore al castello, assetato dal desiderio di capire al meglio l’intrigante storia, mi recavo nell’organizzatissima biblioteca comunale.
Sicuro di trovare e consultare il libro, arrivato sul posto, vado a consultare la sezione dedicata alla storia locale. Bene, l’impiegato dopo aver capito che non trovavo ciò che cercavo, mi chiede gentilmente di essere aiutato, accetto il cordiale gesto anche perchè convinto che l’assenza del testo fosse dovuto ad un eventuale prestito, invece…..accorgendomi dell’imbarazzo dell’impiegato alla mia richiesta, mi rendo conto che la storia si tinge di giallo, il fitto mistero del “Libro perduto”
Ambiguamente mi sento dire che il libro non c’è…..allorchè chiedo come mai. Da “libero cittadino”, da fervente frequentatore della bibliotaca penso di poter avvalermi del diritto di capire, e bene signori, mi sento dire dall’assistente bibliotecario che ” IL TESTO E’ STATO RITIRATO” dall’amministrazione comunale!!!!
Ignoro i motivi di tale gesto, ma non posso ignorare che qualunque movente esso sia, un atteggiamento del genere del sindaco è da ricondurre ad un’ azione antidemocratrica, vile e irrispettosa nei confronti della “libera cittadinanza”. Pensavo che fosse passata l’era del veto sulla carta stampata, e poi mi parlano di democrazia, tengono sermoni sulla libertà e sul libero pensiero.Questi demoni feroci della guerra che fingono di pregare, condannano i regimi, filtrano un moscerino e ingoiano un cammello!!
Avrei una prosposta da fare al signor sindaco avvezzo ad arigere monumenti: perchè non erigiamo un monumento in biblioteca con su scritto una frase di Voltaire;”NON SONO D’ACCORDO CON QUELLO CHE DICI, MA DAREI LA VITA PERCHE’ TU LO POSSA DIRE” magari impariamo a capire cosa sia effettivamente la tanta e sbandierata “DEMOCRAZIA”.

da Schiavo Luigi 16 agosto 2010

Qualunque ne sia il motivo è increscioso il comportamento “medievale” del Sindaco di Montelepre. Per non incorrere neglie errori del passato si rende necessario conoscere la Storia, nella pienezza della Sua verità.

da Pietro Di maria 17 agosto 2010

Probabilmente il sig. sindaco, dai malumori dei suoi paesani, soprattutto di quelli anziani, nostalgici dei metododi finemente ortodossi e convincenti applicati ad opera dei carabinieri di allora sulle loro carni, avrà percepito che erigendo quel monumento con tutto quel clamore, avrà avuto un incidente frontale con un isolato….o meglio avrà preso nà cantuniera ri piettu…che molti non possono perdonare.
Ripeto per l’ennesima volta: Signor sindaco, molti dei suoi paesani per la par condicio, attendono una giustizia che ahimè nessun arbitro in terra può loro soddisfare, tuttavia un atto di riconoscimento verso la loro sopravvivenza può essere data come la panacea del male subito da parte di molti carabinieri che lei orgogliasamente ha proclamato eroi….
Per esempio si potrebbe esporre a mò di monumento, e magari far provare a qualche persona volenterosa il metodo di persuasione tristemente noto come “CASSETTA” con tanto di mezzo busto da parte dell’eroico, lurido e carnefice brigadiere dei carabinieri chiamato dagli amici “Don Pasquale”.
Per chi non capisse di cosa si stia parlando, inviterei il lettore ad andarsi a leggere i lunghi trattati che fece Danilo Dolci a tale proposito sui carabinieri di allora…Il titolo: “Lo stato che tortura”.
Ci sono monumenti che silenti vengono celati nelle memorie di alcuni nostri nonni, sulle loro carni, sulle loro unghie, questi sono i monumenti per cui nessun capo di stato maggiore in pompa magna, nessun presidente della camera, per cui nessuna abbuffata verrà mai fatta, perchè il ricordo di questo trauma basta a se stesso, non vive di clamori.
Tutto il resto è propaganda, è retorica….tutto il resto è noia…
“QUANDO UNA DISGRAZIA E’ AVVENUTA E NON SI PUO’ PIU’ MUTARE, NON CI SI DOVREBBE PERMETTERE NEANCHE IL PENSIERO CHE LE COSE POTEVANO ANDARE DIVERSAMENTE O ADDIRITTURA ESSERE EVITATE: ESSO INFATTI AUMENTA IL DOLORE FINO A RENDERLO INTOLLERABILE”, Schopenhauer

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