“Giuliano non morì a Castelvetrano”
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Giacomo Maniaci |
10 febbraio 2012 - 14:43 |
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Come scrive oggi Lino Buscemi su La Repubblica, emerge “una nuova clamorosa verità sulla fine del bandito. Che non sarebbe morto a Castelvetrano. E non sarebbe stato ucciso da Gaspare Pisciotta”.
La nuova versione sulla fine di Salvatore Giuliano, si legge sull’edizione palermitana del quotidiano diretto da Ezio Mauro, “affiora oggi dalle pagine di “Sicilia nella storia”, un’opera in tre volumi, edita da Dario Flaccovio e finanziata dalla presidenza della Regione Siciliana. Autore della monumentale opera è il professor Michele Antonino Crociata, di Castellamare del Golfo, che pur essendo eminente uomo della Chiesa trapanese, ha insegnato per quarant’anni storia nei licei.
Cosa ha scritto di tanto eclatante Crociata sulla controversa fine di Giuliano? Che Giuliano non morì a Castelvetrano ma in una casa colonica presso Monreale, denominata “Villa Carolina”, il 3 luglio 1950. E soprattutto che non fu ucciso da Pisciotta ma dal bandito Nunzio Badalamenti. Scrive Crociata, a pagina 231, che “mentre Turiddu consumava un pasto frugale in una stanza semibuia, Gaspare Pisciotta, coadiuvato nell’ombra da Nunzio Badalamenti, che i carabinieri stessi gli avevano dato come guardaspalle, riuscì a versare un forte sonnifero nel bicchiere di vino del capo che inavvertitamente lo bevve. (…) Poi si mise a letto e dormì profondamente. Dopo circa mezz’ora, legati con ferro filato i polsi e le caviglie di Turiddu, immerso in un sonno profondo, Pisciotta, lasciato Nunzio Badalamenti a custodia del morituro, si allontanò per avvertire i capimafia Minasola e Miceli, interessati a loro volta di avvertire il colonnello Luca ed il capitano Perenze. Il Badalamenti, però, rimasto solo in quella casa, nella speranza di potere ricevere anch’egli almeno parte della taglia e, con essa, recuperare una più sicura libertà, senza averne ricevuto incarico e, quindi, di sua iniziativa, fece fuoco tre volte su Giuliano, che passò istantaneamente dal sonno alla morte”.
L’imprevisto atto di Badalamenti (che risultava in carcere all’Ucciardone ma, come afferma Crociata, i servizi “l’avevano fatto segretamente evadere, incaricandolo del delitto per poi farlo tornare dietro le grate in attesa della gratitudine dello Stato”) provocò “un grande terrore” in Pisciotta, Miceli e Minasola, in quanto l’uccisione di Giuliano non rientrava negli accordi con il colonnello Luca.
Alle 7 del 4 luglio, scrive ancora Crociata, Luca e Perenze arrivarono a Monreale “e presero atto con sollievo della morte di Giuliano”. Dopodiché, afferma lo storico, “bisognava, però, necessariamente attribuire allo Stato, e non certamente ala mafia, la vittoria finale su Salvatore Giuliano [...] Il cadavere, già rigido, fu rivestito alla meno peggio e trascinato su un autofurgone. Dopo aver preso le armi, gli oggetti, gli indumenti di Turiddu, ogni traccia di ciò che era accaduto in quella casa, venne cancellata con cura e il gruppo partì diretto a Castelvetrano” dove, nella notte fra il 4 e 5 luglio, si organizzò la farsa ormai nota a tutti ed immortalata nel bellissimo film di Rosi.
Ma su quali elementi si fonda la versione del professor Crociata? “Mi sono basato – dichiara lo storico – sulle testimonianze di persone ancora in vita. Compresa la sorella di Gaspare Pisciotta”. Forse la verità sulla fine di Giuliano sta per emergere. Senza aspettare il 2016, quando finalmente lo Stato dovrebbe aprire i suoi cassetti, da oltre mezzo secolo ermeticamente chiusi.
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Si continua con le vere o presunte verità; le storie si sovrappongono e tutto sembra non essere quello che sembra. La verità si deforma e i sospetti, le supposizioni e i fatti s’ingarbugliano in modo da lasciare sempre un alone di mistero e di leggenda.
E’ una storia dove si trova sempre una voce che rivela fatti inediti di gente di Montelepre. Una Montelepre, quella dell’43-48, che è scomparsa sotto le antenne televisive, le automobili e il parossistico consumismo.
Quello che sembra certo è:
che la banda Giuliano non avrebbe potuto vivere un solo giorno, senza la protezione della mafia;
e per i Monteleprini, per come si svolgeva la vita, non c’era molta differenza tra le forze dell’ordine e la banda Giuliano: entrambi commettevano soprusi e malefatte. Tra banditi e forze dell’ordine in paese non si viveva.